Mi ha sempre colpito il tema della debolezza di Paolo attraverso cui si manifesta la potenza di Dio. Mentre la sapienza del mondo si vanta della grandezza, quella ebraico-cristiana della debolezza. Non bisogna pensare ad una specie di masochismo psicologico o spirituale, ma al grande segreto di potenza manifestato e dato nella Pasqua di Cristo.
Personalmente, questo modo del Signore di muoversi e rivelarsi è estremamente consolante nella povertà della vicenda personale mia e, credo, di ogni singolo credente che si ritenga bisognoso della grazia del Signore e desideri far risplendere, nella sua realtà, povera e ferita, l’abbandono alla potenza salvifica. Non si tratta solo di sopportare umilmente le prove, ma di coglierle e di viverle come occasioni preziose del dono di Dio. La cosa più preziosa rimane quel "vantarsi delle debolezze": ci sentiamo rinfrancati noi che apparteniamo alla schiera delle persone piccole, limitate, che a volte ci sentiamo frustrati da questa debolezza; invece è così che può dimorare in noi "la forza di Cristo".
“Ti basta la mia grazia”…
Come non pensare alle parole dell’angelo “ti saluto, o piena di grazia” e poi “niente è impossibile a Dio”. La potenza di Dio non si manifesta “nonostante” la debolezza, ma si manifesta “pienamente” nella debolezza! E’ il tesoro che “abbiamo in vasi di creta”. Proprio quando ci sentiamo inadeguati, impotenti, incoerenti, feriti, fragili, chiusi, ecco una luce, la grazia; è qui, dentro di noi, gratis! Non dobbiamo fare nulla per meritarla. La grazia non si merita. Basta coglierla e accoglierla. E come non pensare all’incarnazione! “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Venne ad abitare, mise una tenda. E’ il Cristo che abita in noi, nella nostra debolezza. Noi, nella nostra debolezza, siamo oggi l’incarnazione della seconda persona della Trinità.
Si tratta, in realtà di una legge naturale, legge di cui tutti i grandi servi di Dio hanno fatto l’esperienza. Siamo soliti pensare ai santi come a persone straordinarie, neppure sfiorate dal limite o comunque sempre vittoriose su di esso. Qui invece Paolo ci mostra il lato debole della sua persona. Sì, egli ha sperimentato la grandiosità di certe manifestazioni divine, ma afferma che non è qui ciò di cui egli possa compiacersi. "Ben volentieri, io mi glorierò della mia debolezza" dichiara deciso. Eppure anche lui ha avvertito la ripulsa verso ciò che ne frenava il passo, tanto che "per ben tre volte", come ha fatto il Signore al Getsemani, ha pregato il Signore di liberarlo. Mai, forse, nella sua vita 1'Apostolo si è sentito così isolato, così solo; mai, forse, ha esperimentato fino a questo punto il senso di debolezza, di impotenza. Il Signore, implorato, sembra respingere la sua domanda. In realtà la esaudisce: Ti basta la mia grazia. Ciò che Paolo credeva un ostacolo era in realtà la condizione più favorevole per l’apostolato.
È il paradosso evangelico!
Quante volte anche noi esplodiamo e prorompiamo: “Ahimè, Signore mio, se veramente sei con noi, come mai siamo colpiti da tanti mali? Dove sono tutti i tuoi prodigi, che i nostri padri ci hanno narrato? Perché ci hai abbandonati e lasciati in preda al dolore, alla sofferenza? Perché la morte, il dolore? Perché? Si riconosce, quindi, che il limite non è qualcosa con cui convivere pacificamente. In questa lotta però, quasi miracolosamente, abbiamo la certezza di essere sostenuti dalla grazia di Dio: Ti basta la mia grazia.
In verità, se il Signore trova un cuore umile e cosciente della propria debolezza non tarda a trasformare il limite che ci opprime in "scala" per elevarci ed elevare anche altri alla pura lode di Dio. Allora ancora una volta, sperimentiamo fino a qual punto “la potenza si mostra appieno nella debolezza”.
Emma Zordan
